Con l’avvento della Seconda Repubblica i toni sono diventati più aggressivi e il lessico politico influenza notevolmente tutti i cittadini
Nell’apprezzabile e ampiamente partecipato dibattito sulla violenza, si tende a trascurare il rilievo di quella verbale e dei suoi nefasti effetti.
Eppure è un dato incontrovertibile che il linguaggio ha assunto toni sempre più violenti. Certamente le ragioni dell’espansione del fenomeno sono alquanto composite, tuttavia una rilevante responsabilità deve essere ascritta alla politica. Con l’avvento della Seconda Repubblica, vale a dire l’inizio di una nuova dimensione istituzionale, tecnicamente insussistente poiché non vi è stato alcun significativo mutamento costituzionale ma convenzionalmente ricondotta alle elezioni politiche del 1994, le prime dopo lo scardinamento degli storici partiti politici a seguito dell’inchiesta «Mani pulite», il linguaggio della politica è divenuto più aggressivo.
Privilegiando la propaganda alla comunicazione politica, sono stati gradualmente abbandonati il confronto, la promozione della non violenza, l’accettazione degli altri e la composizione dei conflitti attraverso l’individuazione di punti convergenti, benché si tratti di elementi primari per la crescita culturale, sociale ed economica di un Paese.
Una considerevole incidenza del cambio di rotta…
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Sursa & Foto Credit- „www.corriere.it”
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